Oggi, 10 ottobre, è la giornata mondiale della Salute Mentale.
Crediamo che sia importante celebrarla in primo luogo per diffondere l'importanza del tema, ma per noi che ogni giorno con dedizione ce ne prendiamo cura, è anche l'occasione per condividere riflessioni. Oggi in particolare l'abbiamo fatto con queste parole, intitolate "Tra Igea e Panacea: la cura come arte dell'incontro"
Quando pensiamo alla salute, spesso la immaginiamo come qualcosa da conquistare,
una meta da raggiungere dopo la fatica,
un traguardo che separa la malattia dal benessere.
Ma la salute - e in particolare la salute mentale -
non è un punto da toccare, è un cammino da abitare.
È la possibilità di sentirsi in relazione con sé stessi e con gli altri,
di respirare dentro la propria storia, anche quando fa male.
Gli antichi lo avevano capito.
Raccontavano di due sorelle, figlie di Asclepio, dio della medicina: Igea e Panacea.
Igea rappresentava la salute che si custodisce ogni giorno,
la cura fatta di gesti semplici, di equilibrio, di attenzione.
Panacea, invece, cercava il rimedio universale,
la medicina che potesse guarire ogni male.
Due sorelle, due modi di guardare la fragilità:
da un lato il desiderio di guarire in fretta,
dall’altro la pazienza del prendersi cura,
la fiducia che, anche senza soluzioni immediate, qualcosa può cambiare.
Credo che la salute mentale viva proprio lì,
in quello spazio sottile tra Igea e Panacea:
tra il curare e il prendersi cura,
tra la scienza e l’ascolto,
tra la tecnica e la tenerezza.
Qui, nella nostra comunità, lo vediamo ogni giorno.
Lo vediamo nei piccoli passi che sembrano invisibili,
nei momenti in cui qualcuno ritrova il sorriso,
nell’ascolto silenzioso che diventa sostegno,
nella mano che si tende anche quando le parole non bastano.
Ogni incontro, ogni relazione,
è una forma di cura che va oltre la terapia e oltre i ruoli.
Perché, in fondo, nessuno guarisce da solo.
Ci prendiamo cura insieme: operatori, ospiti, familiari,
ognuno portando la propria parte di umanità.
Non sempre possiamo “guarire” nel senso medico del termine.
Ma possiamo creare spazi di vita,
dove la sofferenza è accolta e non giudicata,
dove la fragilità non è più colpa ma linguaggio,
dove anche il dolore può trasformarsi in legame.
Essere psicologa, qui, per me significa proprio questo:
imparare ogni giorno che la cura non è solo un intervento,
ma un incontro.
Un incontro che a volte consola, altre volte sfida,
ma sempre costruisce qualcosa di autentico.
Oggi, nel mese della salute mentale,
vorrei ricordare che la cura non appartiene solo ai professionisti:
è un gesto umano, che nasce in chi ascolta,
in chi accompagna, in chi resta vicino.
Forse la vera salute nasce proprio nel punto in cui Igea e Panacea si incontrano:
quando la scienza si fa gentile,
e la gentilezza diventa parte della guarigione.
In quel punto - tra l’efficacia e la presenza,
tra il sapere e l’amore -
c’è la comunità.
C’è la nostra comunità:
fatta di persone che ogni giorno cercano equilibrio,
che condividono tempo, parole, silenzi.
Che, anche nelle difficoltà, continuano a credere nella possibilità di rinascere.
E allora, che questo mese sia un invito a coltivare Igea dentro di noi,
ogni volta che scegliamo di prenderci cura -
di un ospite, di un collega, o di noi stessi.
Perché ogni volta che ci prendiamo cura,
un frammento di Panacea si risveglia,
e ci ricorda che, pur non potendo guarire tutto,
possiamo sempre guarire qualcosa:
la distanza, la solitudine, la mancanza di speranza.
E forse è proprio lì,
in quel piccolo spazio di incontro e di fiducia,
che nasce la salute mentale.
Non come perfezione,
ma come vita che continua a scegliere la vita.
Grazie Ester!